Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917 Villa Veneziani si ritrova all’improvviso al centro di un episodio bellico di primaria importanza: l’affondamento della corazzata Wien, ancorata in rada nella baia di Muggia (nella foto in basso la nave austroungarica), da parte di due Mas (mezzi navali leggeri e velocissimi) italiani al comando di Luigi Rizzo. È la stessa Livia, moglie di Italo Svevo, a scriverne nel libro di memorie Vita di mio marito. La notte era ideale per un’azione del genere: senza luna e nebbiosa. La visibilità ridotta viene confermata sia dal rapporto di Luigi Rizzo (foschia e mare leggermente mosso), sia dalle memorie del comandante del porto di Trieste, Alfred von Koudelka (nebbia). I ricordi dei familiari che parlano di bora e mare mosso probabilmente confondono il tempo del giorno successivo, quando in effetti Rizzo, a causa della cattive condizioni atmosferiche, deve rinunciare a una nuova incursione per affondare la corazzata Budapest che la notte precedente non era stata colpita.
I due Mas italiani impiegano un paio d’ore per tagliare i cavi d’acciaio stesi a protezione della baia e alle 2.32 del mattino Rizzo dà ordine di lanciare. «Si udì davanti a Villa Veneziani uno scoppio tremendo: era il siluro lanciato da Luigi Rizzo che colpiva il molo di approdo invece della corazzata Budapest. Allo schianto spaventoso seguirono per una decina di minuti un urlìo di voci impazzite e poi un tragico silenzio: erano i marinai della Wien che naufragavano nel mare tempestoso», scrive Livia Veneziani. «I due siluri del Mas 9 lanciati simultaneamente giunsero a pochi istanti l’un dopo l’altro al bersaglio; mentre ho percepito separate le due esplosioni, le colonne d’acqua si confusero in una sola. Al lancio, un proiettore sistemato sulla coffa della nave silurata si accese, ma si spense subito dopo l’esplosione insieme agli altri lumi di bordo; alte e disperate grida di aiuto giunsero a noi», ricorda Luigi Rizzo. Trieste era oscurata, come tutte le città in guerra, ma subito dopo le esplosioni si accendono i riflettori costieri che tentano di inquadrare i Mas italiani nei loro fasci di luce (non ci riusciranno: gli equipaggi comandati da Rizzo rientreranno illesi a Venezia). L’ammiraglio Koudelka impartisce l’ordine di accedere tutti i riflettori anche per un altro motivo: orientare i naufraghi. I marinai sopravvissuti, infatti, nel buio completo potevano compiere l’errore fatale di mettersi a nuotare verso il largo anziché in direzione della costa. Anche gli abitanti di Villa Veneziani fanno la loro parte: Italo Svevo fa immediatamente accendere tutte le luci della casa, in modo da contribuire a guidare i naufraghi verso riva. Ricorda Livia: «Diciotto marinai sconvolti, seminudi, intirizziti, si rifugiarono in portineria. Erano tutti oriundi dalle coste istriane e nel nostro dialetto imprecavano contro i signori ufficiali che in quella notte si divertivano nei grandi alberghi della città. Tutta la notte durò la provvida azione di soccorso. Ettore, sensibilissimo alle sofferenze d’ogni creatura, ne risentì fortemente.» E chissà se, dimenticato nel fondo di un cassetto in Istria o in Dalmazia, qualche diario di un ex marinaio della Wien racconta di quella notte in cui lo scrittore si improvvisò soccorritore.