Tra il 24 ottobre 1917, inizio della battaglia di Caporetto, e il 10 novembre, rischieramento sul Piave, il Regio esercito perde 650.000 uomini su un milione e mezzo di combattenti (40.000 morti e feriti, 260.000 prigionieri, 350.000 sbandati) e deve abbandonare nelle mani del nemico 3000 cannoni, ovvero la metà di tutta l’artiglieria.

In quei giorni, uno scrittore di 35 anni, Giuseppe Prezzolini, arruolatosi volontario, istruttore (più tardi farà domanda per andare in prima linea e si congederà come capitano degli Arditi), scrive un pamphlet su disastro epocale della dodicesima battaglia dell’Isonzo (Soča per gli sloveni). Per gli italiani Caporetto diverrà sinonimo di disfatta, salvo che oggi buona parte degli italiani neanche sa dove si trovi e come si chiami quella località (Kobarid, in Slovenia).

Prezzolini termina di scrivere il j’accuse il 10 novembre, ovvero proprio il giorno in cui si forma la linea del Piave, ma le 65 pagine rimarranno manoscritte fino al 1919, quando le pubblica nelle Edizioni della Voce. Leggerle oggi fa venire un groppo allo stomaco. Non per la sconfitta militare, di quella sappiamo quasi tutto, ma per la descrizione dell’Italia di allora che è, in tutto e per tutto, uguale all’Italia di oggi. Caporetto è dentro ognuno di noi.

Sgombriamo subito il campo dai punti sui quali Prezzolini non c’azzecca: dice che la sconfitta è stata causata da una sorta di sciopero generale dei soldati, aggiunge che in un punto nodale della Seconda armata (quella che cede) erano stati mandati, anziché i soliti contadini, operai delle fabbriche di Torino, revocando loro l’esenzione dal servizio militare. Le cose non sono andate così, oggi sappiamo che il Regio esercito non ha ceduto di schianto perché i soldati si sono rifiutati di combattere, anzi, in alcuni settori si sono arresi soltanto dopo essersi resi conto che resistere avrebbe significato farsi massacrare senza scopo.

Scrive che gli ufficiali effettivi si imboscavano nelle retrovie, mandando a morire gli odiati ufficiali di complemento. Questa è una mezza verità: sarà successo, ma anche tanti effettivi si sono fatti ammazzare i prima linea.

Quando però scrive che i soldati si dividono tra fessi e furbi, essendo i furbi quelli che salvano la pellaccia imboscandosi e i fessi quelli che muoiono sotto il fuoco nemico, be’, non descrive un’Italia tanto diversa da quella a cui siamo abituati. «Si portavano allo sbaraglio i reggimenti disciplinati e si tenevano lontani dal fronte quelli che si rivoltavano, rafforzando il sentimento che soltanto “i fessi devono fare la guerra”».

Quindi: «Se l’ufficiale è lo specchio della borghesia, il soldato è lo specchio del popolo: e ambedue non differiscono molto, perché un popolo ha la classe dirigente che sa esprimere dal suo sangue, e la classe dirigente ha il popolo che sa educare e dirigere. Ogni popolo ha i padroni che si merita, e ogni padrone ha i servitori che sa scegliere». Chi oggi grida «non sono né di destra né di sinistra, i politici sono tutti ladri» avrebbe di che riflettere leggendo queste righe (ma chi la pensa così probabilmente non legge nulla al di fuori di qualche blog molto cliccato).

«La nostra borghesia, mentre usa i propri privilegi, non sente il peso dei suoi doveri». Doveri? Cosa sono i doveri? Quelli degli altri, naturalmente. «Il sommo dell’abilità d’un militare di carriera – dal vecchio sergente al vecchio generale – consiste nel far sì che il superiore non si accorga di come stanno le cose. Questo si chiama “essere in gamba”».

«La classe dirigente italiana nasce e proviene dalla grande massa che chiamiamo popolo. Non è separata casta». Casta: Prezzolini usa la parola «casta» nel novembre 1918.

«Quella classe, più numerosa di quanto si creda, di italiani seri, probi, onesti, semplici, capaci, che stanno tutti o quasi in posti secondari, che lavorano per chi non lavora, che mantengono per chi manca, che pagano per chi vive di debiti, che muoiono per chi si imbosca, per chi fugge e per chi tradisce. Tali italiani ci sono». Anche questo è piuttosto attuale: c’è chi lavora anche per chi non lavora. Lo sappiamo bene che se la pubblica amministrazione non ha ancora tirato giù le saracinesche è perché esiste qualcuno che svolge anche i compiti di chi s’imbosca.

«Se l’Italia non cambia, emigreranno i giovani della classe istruita. […] Emigreranno con dispetto e con disgusto, con la bocca amara, senza fede nell’avvenire del proprio paese». Ma pensa un po’: se ne andranno i giovani istruiti, ma guarda te che combinazione.

E poi ancora: «molti di coloro che più gridavano contro gli imboscati erano prontissimi a imboscarsi purché se ne presentasse l’occasione». Sembra la descrizione del militante medio del movimento 5 stelle (medio, per carità, poi ovviamente ci sono le eccezioni.

Oggi però non vale consolarsi dicendo «tanto dopo c’è il Piave». Non abbiamo alcun Piave su cui attestarsi, ci sono solo vaste pianure lacere e corse.